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Studio: scoperto nuovo collegamento tra inquinamento e Covid

Ginevra, 4 dicembre 2020 – La qualità dell’aria che respiriamo influenza la pandemia di Covid-19. E’ quanto sostiene una ricerca svizzera che riaccende i riflettori sui collegamenti tra l’alta concentrazione di polveri sottili, l’inquinamento e le ondate di Coronavirus. Un team interdisciplinare dell’Università di Ginevra (Unige) e dello spin-off dell’Eth di Zurigo Meteodat ha studiato le possibili interazioni tra i picchi di particolato fine e la virulenza della malattia da coronavirus. I loro risultati, pubblicati su ‘Earth Systems and Environment’, suggeriscono che alte concentrazioni di particelle di dimensioni inferiori a 2,5 micrometri possono modulare, o addirittura amplificare, le ondate di Sars-CoV-2 e spiegare in parte il particolare profilo della pandemia. L’aumento delle polveri sottili è generalmente favorito da inversioni di temperatura dell’aria, caratterizzate da situazioni di nebbia, o dall’arrivo di polveri sahariane. Lo studio suggerisce dunque l’adozione di misure preventive legate al controllo dell’inquinamento atmosferico per limitare futuri focolai di morbilità e mortalità dovuti a Covid-19. Gli epidemiologi concordano ampiamente sul fatto che esiste una correlazione tra concentrazioni acute e localmente elevate di particolato fine e gravità delle ondate influenzali. “Abbiamo cercato di capire se esistesse un legame di questo tipo anche con la virulenza di Covid-19”, afferma Mario Rohrer, ricercatore presso l’Istituto di scienze ambientali della Facoltà di scienze dell’Unige e direttore di Meteodat.

Studi condotti in Italia e Francia suggeriscono che Sars-CoV-2 fosse già presente in Europa alla fine del 2019, mentre il forte aumento di morbilità e mortalità è stato registrato solo nella primavera del 2020 a Parigi e Londra. “Questo intervallo di tempo è sorprendente, ma suggerisce anche che qualcos’altro, oltre alla semplice interazione fra persone, può promuovere la trasmissione del virus, e in particolare la gravità dell’infezione”, afferma Mario Rohrer. Il suo gruppo di ricerca è stato in grado di dimostrare che gli aumenti nei casi positivi seguivano fasi in cui i livelli di particelle fini nell’aria erano più alti.